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Roberto Soldatini, una vita in barca a vela: “Ogni giorno puoi abbracciare un nuovo orizzonte”

Un martello, dal cantiere con la rimessa delle barche, regalava un tintinnio perpetuo a tutta l’area portuale. I gabbiani con i loro garriti si alternavano allo sciabordio del mare. Abbiamo incontrato colui che ha deciso di dirigere questo coro di suoni del porto di Trani: il Maestro Roberto Soldatini. Ad indicarci la strada per raggiungere sul pontile la Denecia II è un uomo, un dipendente della Lega Navale, che conosce a memoria i nomi delle barche e dei loro proprietari. Roberto Soldatini è a poppa della sua Denecia, ci raggiunge sul pontile accompagnato da Michele.

“Trani è il mare”, ci dice subito. Roberto è direttore d’orchestra, violoncellista, autore di libri. Quest’anno insegnerà violoncello al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari. Vive in barca a vela da 10 anni, da quando ha venduto la sua abitazione per acquistarne una in teak che galleggiasse e lo accompagnasse per diverse miglia sul mare, ad oggi ormai oltre 20mila. Una vita divisa tra la terra ferma e mete nuove. Dopo Napoli e Venezia, Roberto Soldatini getta l’ancora della sua Denecia II, un Moody 44, nel porto di Trani: “Questa è una città accogliente, mi ha stupito trovare amici prima ancora di arrivare qui. Una città che trasuda arte, musica, una città che parla di mare e attraverso il mare. Mi sembra un luogo adatto per poter vivere per parecchi anni”.

Roberto Soldatini quest’anno è docente di violoncello del Conservatorio di Bari, con il monopattino raggiunge la stazione e va al lavoro. Nel periodo in cui ha saputo di aver ottenuto una cattedra a Bari ha visitato tutta la costa del barese e nord barese, scegliendo Trani per la conformazione fisica del porto. Denecia era di proprietà di una vedova inglese ed è stata permutata con la casa romana che piaceva alla proprietaria della barca, una coincidenza che permesso di chiudere gli atti notarili in uno stesso giorno: vendita e acquisto. Da quel momento la vita sull’acqua salata, con la capacità di far convivere la sua musica con l’utero legnoso che lo accoglie ogni giorno.

“In un periodo mi stavo concentrando su alcuni scricchiolii della barca, mi preoccupavo di questi suoni che udivo di tanto in tanto ma nel tempo mi sono reso conto che si verificavano solo quando suonavo. Era come se i due legni dialogassero, quello secolare del violoncello e il teak della barca”. Roberto vive la sua arte sotto il livello del mare, “È come vivere con una cassa armonica dentro una cassa armonica. Ho scelto la barca anche per gli interni che mi permettono di suonare con il movimento ampio delle braccia”. Oltre alla musica il maestro Soldatini coltiva l’arte della parola con la scrittura di libri, ed è recente la pubblicazione dell’ultima opera, “Denecia, Approdi nella pandemia” che racconta il periodo pandemico vissuto in barca. “Un periodo complesso sia per il contatto con le comunità portuali sia per le lungaggini burocratiche. Se già la vita di ognuno è stata complessa, immaginate quella di chi ha vissuto il periodo della pandemia in barca. Denecia ha avuto modo di raccontare come ha visto l’uomo in questo periodo”. Le copertine dei libri di Roberto Soldatini sono acquerelli di Michele Gallucci, artista e ingegnere, compagno di vita e di condivisione di orizzonti.

Non è come in un porno, è molto meglio

Sesso, erotismo, nudo, porno, capezzoli. Chi leggerà queste parole avrà sensazioni differenti. Per qualcuno sarà “troppo”, per qualcun altro sarà banalità, per altri ancora sarà una parte del tutto. La sfera della sessualità è vissuta in maniera personalissima da ogni umano ed è forse quella sfumatura che nella storia dell’umanità ha subito più di ogni altra le pressioni e i condizionamenti sociali e religiosi. Ma oggi, nel 2020, in che termini si parla di sessualità ed eros?

È un argomento che mi affascina ma non possiamo affrontarlo in toto, prendo una lente d’ingrandimento e cerco di addentrarmi tra le immagini che sono solito repostare sul mio profilo Instagram: i disegni eroticosarcastici di PetitesLuxures. L’artista “Simon”, è rimasto/a nell’anonimato perché il conoscere la mano che si cela dietro i disegni minimali di intimità comune, potrebbe influenzare l’immedesimazione totale nelle sue piccole opere d’arte. Su Instagram, lo spazio in cui le unicità di ognuno sembrano replicabili, c’è chi sceglie di essere l’anti-social: non mostrarsi e non mostrare.

“I miei disegni non sarebbero così interessanti se ogni dettaglio fosse delineato. Le parti più importanti delle mie opere sono proprio quelle che non vengono disegnate, dove l’immaginazione dell’osservatore deve ingegnarsi per diventare parte dell’immagine stessa.”

Ho scoperto grazie a PetitesLuxures una fronda di artisti che si stanno facendo largo su Instagram disegnando immagini erotiche, nonostante le linee guida “puritane” della community. Qui una serie di pagine.

Luca Sorice, disegnatore di Wasted Plesaures

Lui è Luca, un ragazzo di Trani, disegnatore e curatore della pagina Instagram WastedPleasures. Oggi, nel momento in cui scrivo, la sua pagina conta 260mila follower. A breve pubblicherà il suo primo libro di illustrazioni erotiche grazie all’interesse di una casa editrice americana.

Luca con la sua pagina è riuscito a creare una sorta di community in cui condividere desideri, passioni, delusioni e soluzioni su problemi legati al mondo dell’eros e dell’amore, senza tabù. Una community che supera qualsiasi confine, raggiungendo anche nazioni in cui giovanissimi subiscono pesanti censure sull’utilizzo dei social e sono letteralmente ingabbiati nel parlare di sessualità.

Godetevi qualche minuto della chiacchierata di presentazione del progetto di Luca.

Si è concluso da poco Sanremo ed uno dei momenti più intensi dello stesso è stata la lettura del Cantico dei cantici, spiegato magistralmente senza censura da Roberto Benigni.
Né polemiche né commenti per questo momento, quasi a lasciar cadere nell’indifferenza dello “share” un testo pregno di sessualità, amore, eros. Qui la replica.

Mentre permettiamo al porno di violentare il nostro immaginario erotico c’è un sottobosco artistico che tenta di alzare il tiro e spostare il dibattito su un altro piano che richiede un salto culturale per il quale non siamo – forse – ancora pronti.

A. senza nome. I figli di uno Stato distratto

Vorrei che anche voi diventaste angeli di Antigone perchè questo grido personale diventi un grido universale contro ogni ingiustizia.

Michela Diviccaro, attrice – novembre 2019

Michela porta con sé il sorriso di Antonio, quel fratello che ha ispirato un po’ questo spettacolo, “A. Senza nome”. Ma quella che Michela interpreterà non sarà una storia personale, sarà una storia universale, che abbraccia tutti i dolori taciuti o quelli emersi e ne fa un fiore ribelle, dirompente, che non vuole scardinare le leggi ma solo ricordare a tutti che dietro lo Stato ci sono delle persone.

L’intervista a Michela Diviccaro, novembre 2019

A. senza nome oggi cerca “angeli”, come spiega Michela in questo video. E per poter diventare “Angeli di Antigone” potrete fare una donazione a questo link.

Abbiamo incontrato Michela negli spazi del GrowLab a Barletta, sua città natale. Ci ha accompagnato senza paura nella sua storia, ci ha mostrato le porte che è riuscita ad aprire per far entrare dentro sé un po’ di luce, il percorso che ha affrontato, sta affrontando e continuerà ad affrontare.

Dal confronto sull’equilibrio che uno “Stato” deve essere in grado di mantenere dinanzi all’eterna danza dell’autorità con il potere, una danza che talvolta pesta i piedi di chi può anche aver compiuto un passo sbagliato ma probabilmente non aveva le scarpe giuste per stare in quella balera, alla potenza evocativa dei cori che saranno rappresentati dalle intercettazioni ambientali dei casi Aldovrandi, Cucchi, Uva, lo spettacolo sarà un pugno nello stomaco delle coscienze e una carezza delicata sugli occhi di chi lo vivrà.

Da quando? La domanda che ha modificato la storia

Arrivò in ritardo a quella conferenza, non trovava parcheggio. Per questo una volta nella sala conferenza dovette sedersi sul palchetto, sotto il tavolo al quale era seduto Günter Shabowski. Un ritardo di istanti che gli hanno permesso di vivere i minuti fondamentali per il corso della storia.

Il protagonista di quanto vi scriviamo è Riccardo Ehrman, giornalista italiano, all’epoca (9 novembre 1989) corrispondente Ansa.

Riccardo Ehrman – Alchetron.com

“Era una noiosa conferenza stampa, come tutte quelle del regime comunista della Germania orientale. Durò quasi due ore. Il portavoce, Schabowski, aveva parlato di cose fatte e da fare e aveva anche accennato, nello stesso tono monocorde di sempre, al fatto che era possibile che il regime avesse commesso qualche errore”. Fu qui che Ehrman fece di lì a poco la domanda che cambiò la storia del mondo.

“Prendendo spunto da quella affermazione – ricorda Ehrman, che compie oggi 4 novembre 90 anni – la mia domanda, quando finalmente mi fu concessa la parola, fu: ‘Non crede che avete commesso degli errori nel promulgare una nuova legge sui viaggi che non è tale, ma solo una conferma di tutto quello che succedeva prima?’ Più tardi Schabowski mi disse che quella domanda lo avevo fatto irritare molto. Alla conferenza stampa rispose: ‘Noi non facciamo errori’. E tirò fuori dalla tasca un foglietto, con cui annunciava appunto che tutti i cittadini tedeschi orientali potevano varcare tutte le frontiere, senza passaporto”. Era l’annuncio di una rivoluzione. “Fino ad allora una cosa del genere era un miraggio per gli ‘ossi'”, i cittadini dell’Est.

“Fu a questo punto che aggiunsi altre due domande: ‘Vale anche per Berlino ovest’? ‘Sì – fu la risposta – per tutte le frontiere’. Quindi l’ultima: ‘E da quando?’. Schabowski rimase un momento interdetto: ‘Su questo foglio non c’è scritto, però sicuramente da questo momento’. Commise un errore, perché io ho la copia del foglio, che mi regalò lui stesso nel 2002, e lì c’è scritto ‘ab sofort’, che in italiano significa ‘da subito'”.

Per approfondire. Leggi questo articolo di Ansa.

Mauerpark, Berlino
L’intervista di Riccardo Ehrman rilasciata a Caterpillar, Radio 2

Riccardo Ehrman ha fatto la domanda che modificò, anche solo per poche ore, il corso della storia.

Lui ha sempre dichiarato che il suo merito non è stato quello di porre la domanda giusta ma di aver compreso la risposta.

Il merito più grande del dottor Ehrman è quello di aver dato il peso giusto a tutte le parole, quelle dette e quelle ascoltate, di aver fatto il proprio lavoro con umiltà, di averlo vissuto con tutto sé stesso.

In un periodo in cui le parole vengono urlate a muso duro nei talk o sui social, è bello ricordare i protagonisti silenziosi della storia.